Carnevale nei servizi educativi: esiste ancora un significato pedagogico?

Essere l’adulto nella relazione educativa vuol dire essere coscienti dell’enorme responsabilità che si ha tra le mani e nella testa: l’educazione dei bambini e delle bambine. Questo comporta prendere un numero considerevole di scelte, tra cui le feste che decidiamo di celebrare a scuola. 

Tutto è educativo, anche ciò che richiama la leggerezza, le feste, le celebrazioni. Ogni nostra strategia, parola, silenzio, trasmette un messaggio con diversi effetti e possibilità di accogliere la storia dei bambini, le loro attitudini e libertà di esistere. Serve una prospettiva ampia, aperta, flessibile e coerente.

Spesso nei servizi educativi si delinea un calendario fitto di scadenze, giornate a tema e ricorrenze. Se sul tema delle famiglie la riflessione si sta facendo più “matura”, il carnevale apre a diversi interrogativi. 

Carnevale vuol dire travestimenti, sperimentazione di altro da me, esperienza di indossare vestiti che ci pongono in scoperta di altro. 

Serve una giornata a tema in un anno per favorire e rilanciare tutta la parte dei travestimenti? il carnevale è una festa adatta ai bambini, di quali età-momento di sviluppo?

Se un bambino vuole indossare un abito da pinguino il 20 aprile cosa succede? Se una bambina varca le porte della scuola dell’infanzia vestita da pompiere il 4 dicembre cosa succede?

Molto dipende dalla fascia d’età, dall’adulto di riferimento e dalle sue aspettative. Nella fascia 0-3 anni il rapporto con la vestizione può essere complesso, in relazione a tutta l’area dell’autonomia che richiede energia e impegno, ma anche come tutta la parte inerente alla scoperta e al senso della propria identità. Per i più grandi, il significato può essere un’occasione di sperimentazione ma proviamo a capire come e su quale livello.

Il carnevale culturale è il tempo dell’eccezione alla regole, della possibilità di deviare, di andare oltre le etichette, indossare una maschera e sperimentare altro. 

Travestirsi diventa anche l’occasione per lavorar sulla propria immagine che può cambiare e trasformarsi per poi tornar la stessa di prima. Possono essere molti i significati, tra il culturale, religioso, popolare, come molte le parole chiave tra cui condivisione, esplorazione, scoperta. 

Possiamo confezionare questa possibilità solo una volta l’anno? Viviamo all’interno di un contesto culturale a cui fare riferimento e dobbiamo farci i conti, ma sempre in ottica di costruire un percorso funzionale per i loro apprendimenti.

Qual è il senso profondo del Carnevale? Quale significato gli diamo noi in educazione? 

Ci sono modi per proporre ai bambini i travestimenti di diverso tipo senza farle cadere su giornate specifiche dell’anno? Come accogliamo i bambini con neurodivergenze? Chi non vuole indossare i panni di altri? Chi ha una iper sensibilità e non sopporta di avere mille strati addosso?

Potrebbe essere un’occasione per progettare esperienze relative al riconoscere le emozioni ma è tutto questo è un lavoro da fare sempre, qualsiasi sia il mese dell’anno ricordandoci che tutto è emozione,  ogni circostanza è utile per riconoscerla, esprimerla, trovarle spazio, coinvolgerla nel gioco.

Il carnevale potrebbe essere un esercizio di empatia, in cui il travestimento diventa uno strumento. Educare alla comprensione del sé e dell’altro significa fare educazione. Sempre. E di nuovo, i bambini possono decidere liberamente quali panni indossare? siamo in ascolto delle loro risposte? desideri? dei loro rifiuti?

Carnevale come momento in cui i colori e i coriandoli diventano possibilità di gioco. Parliamo di outdoor, di sostenibilità, coltiviamo l’orto ma come si coniuga questa riflessione ambientale con quintali di carta lanciata, buttata, calpestata? 

Come possiamo educare al prendersi cura del pianeta se utilizziamo strumenti non aderenti e coerenti a questa etica?  

Qual è il nostro obiettivo come adulto in educazione? Come siamo noi adulti in educazione?

“Dai è una festa”

“Un po’ di sana leggerezza”

Come professioniste della cura ci differenziamo dai nonni, dai  baby parking, dalle  ludoteche proprio perché ogni nostra azione, scelta, direzione ha un significato profondo. Il nostro compito è quello di valorizzare e accogliere l’eterogeneità come punto di forza e non escluderla. 

Al nido i bambini non hanno piena consapevolezza di sé e del proprio corpo, sono in una fase di crescita che non gli permette di differenziare la realtà dalla finzione, e quindi un travestimento ed una maschera potrebbero avere valenze spiacevoli. Dar loro la possibilità di scegliere quali panni indossare è la strada da seguire, per far si che l’esplorazione di altri abiti sia funzionale. Tra cui la scelta di non sperimentare questo gioco e accogliere il loro no senza insistenze.

Inoltre dobbiamo considerare che il gioco simbolico e il gioco del far finta (si sono differenti), trovano spazio nei travestimenti in minima parte ed in questo senso il materiale de strutturato gioca un ruolo importante in termini di pensieri, possibilità, immaginazione, scientificità, creatività.

Dalla scuola dell’infanzia in su, il carnevale, così come le sue stravaganze può assumere un valore più articolato ma fin dove sceglie l’adulto? qual è il significato di questa scelta?Conosco scuole che hanno dato un tema al carnevale e cosa succede se una bambino di 6 anni si vuole travestire da poliziotto ad una festa a tema spazio? 

In un mondo adultocentrico, in cui i bambini e le bambine sono apparentemente accolti e inclusi, nelle feste culturali riusciamo ad accogliere ognuno come vuole e come si sente?.

Come ci poniamo di fronte al rifiuto? il caos che genera è generativo? Come stanno i bambini e le bambine con neurodivergenze? Come possiamo rendere questa festa accogliente per tutti e tutte?

Attiviamo una riflessione critica, mettendo in esame le occasioni tradizionali con alcuni valori etici importanti, che sono dell’oggi, trasformandole. Come sempre il mettersi in gioco, e con noi i nostri automatismi, il “Si è sempre fatto così” per costruire una cultura dell’infanzia aderente ai bisogni dei bambini e delle bambine. I cambiamenti hanno bisogno di tempo e terreno fertile ma occorre interrogarsi su tutte le scelte che prendiamo ogni giorno, la riflessività è uno strumento pedagogico essenziale nel difficile lavoro che ci siamo scelti. 

Qui puoi trovare il mio testo “Dalla parte dell’educazione”

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Annalisa Falcone
Sono un’educatrice e pedagogista. Non potrei immaginarmi a vivere felicemente senza questa meravigliosa e faticosa professione. Adoro leggere e la pedagogia è la mia passione più grande. Ho studiato e lavorato a Milano, Bologna e ad Alicante, piccolo e piacevole paese a sud della Spagna. Faccende di cuore mi hanno portato nel 2015 nell’affascinante Londra.

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