Il nido d’infanzia nasce negli anni Settanta per rispondere a un bisogno degli adulti: poter affidare i bambini a qualcuno durante le ore di lavoro.

Oggi la situazione non è poi così diversa. Per molte famiglie, la decisione di iscrivere un figlio al nido nasce ancora da un’esigenza organizzativa. Finito il congedo, la mamma torna al lavoro (perché il congedo per i papà è ancora ridicolo) e bisogna capire chi si prenderà cura del bambino: i nonni, una babysitter oppure il nido.

Un bambino piccolo ha bisogno solo della mamma?

Per molto tempo abbiamo raccontato i primi anni di vita attraverso una relazione quasi esclusiva: quella tra madre e bambino.

La teoria dell’attaccamento ci ha aiutato a comprendere quanto siano importanti le prime relazioni: il bambino ha bisogno di adulti disponibili, capaci di riconoscere i suoi segnali e rispondervi in modo sufficientemente prevedibile.

Le prime relazioni contribuiscono alla costruzione dei modelli attraverso i quali il bambino impara progressivamente cosa aspettarsi dagli altri e come muoversi nelle relazioni. Poter contare su figure disponibili e responsive rappresenta quindi un importante fattore protettivo per il suo sviluppo.

Queste figure, però, possono essere più di una.

Negli anni abbiamo compreso meglio la possibilità per il bambino di costruire attaccamenti multipli. La relazione con i genitori e con le figure familiari di riferimento mantiene naturalmente una posizione particolare nella sua vita, ma questo non impedisce la costruzione di altre relazioni affettivamente significative.

Un bambino può costruire relazioni significative con il padre, i nonni e altre persone che si prendono cura di lui con continuità. Tra queste può esserci anche l’educatrice del nido.

Quali relazioni al nido?

Parlare di attaccamenti multipli significa riconoscere che un bambino cresce dentro una rete di relazioni. Naturalmente queste relazioni non sono tutte uguali e non hanno lo stesso significato.

Il rapporto con un genitore ha una storia e una dimensione affettiva proprie. La relazione educativa nasce invece dentro un contesto professionale. Anche quest’ultima, però, può offrire sicurezza e continuità.

Al nido l’educatrice incontra il bambino ogni giorno, impara a riconoscere i suoi segnali, lo accompagna nei momenti di cura e può diventare una presenza alla quale rivolgersi quando ha bisogno di essere rassicurato. Una base sicura dalla quale allontanarsi per esplorare e alla quale poter tornare.

Il bambino impara progressivamente che può rivolgersi a persone diverse e trovare modalità differenti di essere accolto. Per questo trovo poco utile pensare alla relazione con l’educatrice come a una sostituzione della relazione familiare. Preferisco immaginarla come un allargamento del mondo relazionale del bambino.

Anche il NICHD Study of Early Child Care and Youth Development, che ha seguito più di 1.300 bambini e le loro famiglie, ha contribuito a ridimensionare l’idea che frequentare un servizio extrafamiliare comprometta di per sé l’attaccamento alla madre. I risultati mostrano un quadro più complesso, nel quale entrano in gioco la qualità delle cure e le relazioni che il bambino sperimenta nei diversi contesti della sua vita.

E proprio qui entra in gioco la qualità del nido. Gli attaccamenti multipli non si costruiscono semplicemente mettendo un bambino in una stanza con più adulti. Servono tempo e continuità. Serve un adulto capace di osservare quel bambino e rispondere ai suoi segnali.

L’ambientamento serve a costruire una relazione

Visto da questa prospettiva, anche l’ambientamento assume un significato diverso.

A volte viene raccontato come il periodo necessario affinché il bambino riesca a stare al nido senza il genitore. Io preferisco considerarlo come il tempo necessario per costruire una relazione.

Il bambino deve conoscere l’ambiente e iniziare a riconoscere le persone che lo abitano. L’educatrice, a sua volta, deve conoscere lui: capire come manifesta la stanchezza, cosa lo rassicura e in quali situazioni cerca maggiormente la vicinanza dell’adulto.

Anche il genitore ha bisogno di conoscere chi si prenderà cura del proprio figlio e di costruire progressivamente una relazione di fiducia con il servizio.

La separazione diventa possibile dentro questo processo.

L’ambientamento riguarda quindi il bambino e, contemporaneamente, la relazione tra famiglia e servizio educativo.

Il nido come luogo di esperienza

Il nido viene spesso raccontato come il luogo nel quale il bambino sperimenta il primo distacco dai genitori. Fermarsi alla separazione, però, significa perdere una parte importante di ciò che accade dopo: il bambino impara a conoscere il mondo.

Come ho raccontato nell’articolo Cos’è il nido d’infanzia?, il nido è un contesto educativo nel quale il bambino può fare esperienza di sé e del mondo attraverso il corpo e le relazioni.

Questa esperienza passa soprattutto dalla quotidianità, dal gioco condiviso, dalla frustrazione della contesa, ad attendere, a condividere uno spazio e una figura di riferimento, all’incontro con l’altro.  Ne ho parlato più diffusamente anche in Cosa accade in una giornata al nido?.

Quindi il nido fa bene ai bambini?

Questa domanda rischia di essere troppo grande per avere una risposta uguale per tutti.

La ricerca ci invita a guardare soprattutto alla qualità dell’esperienza educativa.

Anche Antonella Costantino, neuropsichiatra dell’infanzia e dell’adolescenza del Policlinico di Milano, in un approfondimento del 2025 richiama il valore che un buon nido d’infanzia  può avere per lo sviluppo del bambino.

La parola importante, per me, è proprio “buon”.

Due bambini che frequentano il nido possono vivere esperienze molto diverse. Contano la qualità delle relazioni che incontrano e la possibilità di costruire legami continuativi.

Per questo mi interessa poco difendere il nido in quanto tale. Mi interessa soprattutto capire come quel nido si prende cura dei bambini.

Il nido come diritto educativo

Un recente rapporto della Fondazione Agnelli, Partire bene. I sistemi educativi per l’infanzia in Italia e in Europa, coordinato da Francesca Bastagli ed Emmanuele Pavolini, ha confrontato i sistemi educativi per l’infanzia di Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Spagna.

Il rapporto mostra come l’accesso a servizi educativi di qualità possa contribuire a ridurre disuguaglianze che compaiono già nei primi anni di vita. Eppure, in Italia, l’accesso ai servizi continua a essere fortemente diseguale.

Questo significa che le opportunità educative che un bambino incontra nei primi anni dipendono ancora troppo dal luogo in cui nasce e dalle possibilità della sua famiglia.

Parlare di nido significa allora parlare anche del diritto dei bambini ad accedere a un servizio educativo di qualità fin dai primi anni di vita.

Il nido come diritto per le madri

Il nido rappresenta un’opportunità educativa per i bambini, è altrettanto vero che la sua presenza incide profondamente sulla vita delle famiglie. E soprattutto su quella delle madri.

I dati ISTAT raccontano una distanza che rimane profonda. Tra i 25 e i 54 anni, in presenza di figli minori, il tasso di occupazione raggiunge il 91,5% per i padri e si ferma al 61,6% per le madri. Anche il ricorso al part-time mostra una differenza significativa: riguarda il 36,7% delle madri occupate e appena il 4,6% dei padri. Tra le madri più giovani, dai 25 ai 34 anni, arriva al 41%.

La nascita di un figlio continua quindi ad avere conseguenze molto diverse sulla vita lavorativa di uomini e donne. Per molte madri ridurre l’orario di lavoro diventa uno dei modi per riuscire a tenere insieme la cura dei figli e il lavoro, con conseguenze che possono accompagnarle anche nella possibilità di crescita professionale.

Dietro questi numeri c’è però anche una questione che i dati raccontano solo in parte: chi si prende cura di chi si prende cura?

Molte madri sono circondate da persone e, allo stesso tempo, profondamente sole nella responsabilità quotidiana della cura. Una solitudine fatta di organizzazione, decisioni e della sensazione di dover riuscire a tenere insieme tutto.

Avere accesso a un servizio educativo significa allora anche poter condividere la cura. Significa sapere che crescere un bambino non deve essere un compito sostenuto da una sola persona e che diventare madre non dovrebbe comportare la rinuncia al proprio lavoro.

Bambini e adulti vivono dentro lo stesso sistema di relazioni. Prendersi cura delle condizioni nelle quali cresce una famiglia significa prendersi cura anche del bambino.

Il nido dentro un sistema di relazioni

Le variabili che entrano in gioco sono tante. C’è la qualità del nido e delle relazioni che il bambino incontra, ma ci sono anche la storia di quella famiglia, i vissuti che accompagnano la scelta e il benessere psicologico della madre.

Tutto questo avviene dentro un contesto che continua troppo spesso a considerare l’infanzia come qualcosa di accessorio alla vita degli adulti. Sono i bambini a doversi adattare ai tempi del lavoro, alla disponibilità dei servizi e alle possibilità organizzative delle famiglie.

Forse dovremmo partire proprio da qui: creare le condizioni perché bambini e adulti possano essere sostenuti nella cura, senza chiedere agli uni di adattarsi continuamente ai bisogni degli altri.

Il nido può essere una parte di queste condizioni. Molto dipende da quale nido siamo capaci di costruire.

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